Lacrime di circostanza
Altro che il povero Steve. Altro che le ineguagliabili parole in memoriam scritte con un niente da Beppe Severgnini e inviate al Corriere della Sera, da est verso ovest, niente di meno che da Sa Pa, Vietnam settentrionale, in una sera lattiginosa passata con tredici etti di metallo e intelligenza sulle ginocchia e wi-fi perfettamente funzionante. Quello di Steve Jobs, è un altro mondo. Dove ragazzi di venti anni possono sbattersi sessanta ore a settimana in un garage perché hanno avuto una folgorazione, quando decidono di creare un’impresa.
7 AGO 20

Soprattutto non devono vedersela né con la Marcegaglia né con la Camusso. Nel mondo di Steve Jobs non si piagnucola. Nel nostro invece è un piagnisteo generalizzato, nessuno riesce a restare hungry e foolish abbastanza a lungo per dimenticare di essere comunque figlio del melodramma e della commedia dell’arte. Dove le lacrime sono collettive, di circostanza, sostanzialmente ciniche. Non c’è giorno in cui talk show televisivi e grandi giornali non mettano in scena famiglie, situazioni difficili, stenti, povertà in arrivo. Stiamo vivendo un’irrefrenabile umidiccia attrazione per la povertà. Si direbbe che in questo momento il povero si porti, faccia ascolti e vendite. Purché sia indistinto e multiforme, tenga assieme cassa integrati, famiglie in difficoltà, impiegati statali greci, indignati del mondo. Dia davvero la sensazione che si sia a un passo dal baratro, dal precipizio, dall’abisso. E che per qualcuno sia ormai solo questione di giorni.